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La Confraternita dell'Uva

"UNA NOTTE lo scorso settembre mio fratello telefonò da San Elmo dicendo che Mamma e Papà riparlavano di divorziare ..."

Il rapporto di John Fante con il padre fu tumultuoso. Il vecchio Nick, Nicola, da Torricella Peligna, Abruzzo, era un odioso muratore italiano, sbarcato in America per fare fortuna la cui filosofia di vita si può sintetizzare così: «Ci sono due modi per fare le cose: quello sbagliato e il mio».

Il rapporto con il padre ha influenzato un po’ tutta la letteratura fantiana ma assume connotazioni da archetipo in «The Brotherhood of the grape», (tradotto come «La confraternita del Chianti» o, meglio come fa Einaudi, «La confraternita dell’uva»).

La trama del libro (scritto tra il 1974 e il 1975, quando cioè lo scrittore cominciò a subire i primi seri danni del diabete che lo portarono alla cecità e all’amputazione delle gambe) è presto riassunta dallo stesso Fante in una lettera all’amico di una vita, Carey Mc Williams: «La storia di quattro italiani vecchi e ubriaconi di Roseville, un racconto su mio padre e i suoi amici».

Il bizzoso, testardo, dongiovanni, beone, giocatore incallito, ma raffinato muratore Nick Molise deve costruire un affumicatoio in montagna e chiede aiuto al figlio scrittore, trattandolo come un apprendista sbarbatello. Ma nella gita in montagna il vecchio muore. Una prima volta in senso metaforico: un fantasma inebetito dal vino e dalla fatica; una seconda volta definitivamente (coma diabetico, quasi un esorcismo per John, che morì meno di dieci anni dopo, l’8 maggio 1983).

«La confraternita dell’uva» è, accanto a «1933, un anno terribile» e «Sogni di Bunker Hill», uno dei più bei libri di Fante, forse meglio anche di «Chiedi alla polvere»..

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